Raccontando - 24/04/2025 inserita da A.P.S.

"IL CLIMA DI QUEI TEMPI" è il primo dei quattro racconti di Bruno Ghittoni, che il figlio Sergio ha voluto condividere con noi.

La fedeltà al sentimento dell'amicizia, con la prefazione dell'amico Cesare Pillon

Il ricordo degli uomini non si affida alla carta stampata, ma a ciò che di essi rimane negli altri, al segno - piccolo o grande - che di essi resta inciso nella memoria collettiva. Il ricordo di Bruno Ghittoni perciò non ha bisogno di questo volumetto: così disponibile e generoso di se stesso com’era, egli amava con tale intensità vivere tra gli altri e con gli altri, sapeva trasfondere con tanta naturalezza in chi gli era vicino la propria serenità e il proprio allegro equilibrio, che la cerchia di chi non lo ha dimenticato né mai lo dimenticherà è ben più larga di coloro che dalla sua immatura scomparsa sono stati più direttamente provati - la moglie Mariuccia e il figlio Sergio - e dei suoi amici più intimi.

Perché allora dare alle stampe queste pagine? L'iniziativa, che è stata presa da un gruppo di amici nel primo anniversario della sua morte, non vuole essere soltanto un omaggio alla figura di Bruno Ghittoni combattente antifascista e militante comunista, ma ha lo scopo di dare una diversa dimensione, uno spessore più consistente alla qualità della memoria ch’egli ha lasciato in molti per virtù esclusiva di quella carica d’intensa umanità di cui era dotato. E il modo migliore per raggiungere questo risultato è sembrato quello di raccogliere in questo libretto i quattro racconti ch’egli stesso aveva scritto, negli ultimi anni della sua vita, senza pretese di sistematicità, al solo scopo di fissare sulla carta le esperienze che aveva vissuto con più sofferta partecipazione e che la sua memoria aveva registrato con maggior dovizia di particolari.

Di avventure, in effetti, Bruno Ghittoni avrebbe potuto raccontarne tante: durante la sua giovinezza non gli erano mancate davvero. Giovane impiegato presso un’azienda meccanica, appassionato di letture insolite per chi viveva sotto il tallone fascista, frequentatore del Circolo Filologico milanese (punto di contatto, in quel periodo, tra operai e studenti che nutrivano umori ribelli), nel 1935 aveva già scelto, con tutto l'entusiasmo dei suoi 23 anni, di militare nelle file dell’antifascismo. Con un piccolo gruppo di amici, ai quali restò poi legato per tutta la vita, egli seppe trovare anzi un collegamento con il Partito Comunista, che in quegli anni bui viveva nelle condizioni della più dura illegalità, e ne diffuse le direttive e il materiale di propaganda, correndo coscientemente tutti i rischi che questa azione comportava.

Scoppiata la seconda guerra mondiale e richiamato alle armi, il timore di incorrere nei rigori del codice militare non gli impedì di continuare la propria attività clandestina. Finché, nell'aprile del ‘42, non fu arrestato dall’Ovra con tutto il suo gruppo e portato dinanzi al Tribunale Speciale, che il 23 novembre successivo lo condannò a 5 anni di carcere. In galera, Ghittoni ci restò poco più di un anno: il 18 agosto 1943, tre settimane dopo la defenestrazione di Mussolini, fu rimandato al distretto militare di Milano, dove lo colse l’armistizio, il tracollo dell’8 settembre e l’occupazione nazista. Ma durante la carcerazione, a contatto con altri militanti catturati come lui per attività antifascista, Ghittoni aveva intanto maturato le sue convinzioni e approfondito la sua preparazione politica.

“Ricordo le lunghe discussioni, anche durante la notte, su le infinite cose che ignoravo - ha lasciato scritto in una breve nota autobiografica - e che mi entravano nell’animo con un indescrivibile senso di piacere perché sentivo che erano giuste, erano vere, mi rendevano migliore in tutti i sensi. Mi sembrava che queste nuove concezioni in realtà io le avevo sempre avute, soltanto che non sapevo di averle e in me non erano chiare; capivo che esse corrispondevano esattamente al mio modo di vedere e di sentire e che mi aiutavano a possedere maggiore chiarezza e maggiore ordine nel comprendere il mondo e la vita degli uomini e nel farlo comprendere agli altri”.

Con questa più matura chiarezza di idee, Ghittoni non ebbe esitazioni, l’8 settembre 1943: abbandonata la caserma, cambiò casa con la moglie e si mise a disposizione del partito: fu responsabile del 2° settore milanese, fu per breve tempo inserito nell'apparato militare della Resistenza, poi passò alla direzione del Pci, dove rimase fino al giorno della Liberazione. Dopo il 25 aprile 1945, passati i giorni tragici ed esaltanti della lotta armata, Ghittoni legò la sua esistenza al rafforzamento e allo sviluppo dell'Unità, con un’opera nella quale profuse le sue capacità di dedizione e il suo intuito organizzativo. Prima ispettore, poi responsabile della diffusione, infine vicedirettore amministrativo del giornale, fu uno di quei quadri comunisti che seppero passare senza traumi dal clima di ferro e di fuoco della Resistenza a quello grigio dell’oscuro lavoro quotidiano, senza porre problemi di collocazione, senza rivendicare benemerenze, mantenendo sempre lo stesso coerente impegno al servizio del movimento operaio.

La crisi cardiaca che ha stroncato a 65 anni la vita di Bruno Ghittoni gli ha impedito di raccontare, come era sua intenzione, tutte le avventure che aveva vissuto negli anni turbinosi della lotta antifascista. Ed è un peccato che questa sua testimonianza non abbia potuto esserci trasmessa, e non abbia accresciuto l’esiguo bagaglio di ricordi dei militanti di base su quel periodo così poco esplorato della storia. Ma i quattro racconti ch’egli ha lasciato, proprio perché sono frutto di una scelta istintivamente compiuta selezionando l’archivio della memoria costituiscono un documento involontariamente rivelatore della sua qualità umana: della sua fedeltà al sentimento dell’amicizia (Il clima di quei tempi) come del culto della tradizione ribellistica familiare (Il discendente di mio nonno); del suo fermo, coraggioso ottimismo (Uno sciopero fallito e l'altro no) ma soprattutto di quel suo lucido, razionale senso dell'umorismo, che in Quel tram che si chiamava desiderio gli fa toccare la misura del narratore maturo e consapevole, con una capacità d’introspezione psicologica e di vivacità espressiva insospettabili in chi, come lui, per esigenze d’ufficio, aveva dovuto passare decenni a leggere prose burocratiche. Ma burocrate, Ghittoni non avrebbe mai potuto diventarlo. Proprio per questo, il sorriso della sua intelligenza ci mancherà.

Milano, 15 settembre 1978

IL CLIMA DI QUEI TEMPI

Durante gli anni della mia giovinezza, quando ap­punto l’età favorisce il sorgere delle grandi amicizie, facevo parte di una compagnia di amici davvero invi­diabile. Questa compagnia era piuttosto numerosa, ma al centro di essa esisteva un solido nucleo costituito dai Quattro grandi amici: Cele Visigalli, incisore, disegnat­ore, pittore, tecnico pubblicitario e tecnico tipo­grafico (una specie di Leonardo da Vinci); Orfeo Landini, impiegato alla Dell’Orto, ritenuto l’intellettuale ri­voluzionario del gruppo, il prototipo dei computer, l’esperto del dosaggio; Leone Del Sant, ebanista, auto­didatta, unico operaio del gruppo al quale la vecchia “zimarra” bohemiana gli si addiceva e infine il sottoscritto, impiegato in una ditta di apparecchi di solle­vamento e di trasporto e, a detta degli amici: “incarna­zione del buon umore malgrado tutto”.

Noi quattro eravamo sempre insieme. Quando uno di noi scopriva un buon libro lo passava agli altri. Perciò nel nostro gruppo circolarono Il Tallone di Ferro e numerosi altri di Jack London; Furore e La Battaglia di Steinbeck; E le stelle stanno a guardare di Cronin; Le nuove Tavole della Legge di Romanov; nonché altri ancora.

Noi quattro eravamo, come suol dirsi, amici per la pelle, legati da interessi comuni che andavano dalla passione per le questioni culturali alla politica. Quando uno di noi scopriva un buon libro era d’obbligo farlo leggere agli altri e quasi sempre ne seguivano com­menti, discussioni e polemiche. Ricordo che i titoli che fecero scalpore fra noi furono principalmente La Ma­dre di Gorky, Il Tallone di Ferro di Jack London, Fu­rore e La Battaglia di Steinbeck, E le stelle stanno a guardare di Cronin, nonché altri che sarebbe troppo lungo elencare; si trattava di libri che non solo ci strap­pavano fuori dalla piatta mediocrità del regime, ma che sostanzialmente non facevano altro che rinfocolare i nostri sentimenti antifascisti. Sì, perché tutti e quattro eravamo antifascisti senza esitazioni e senza compro­messi e nel senso più totale del termine.

Noi conoscevamo tutte le barzellette antifasciste e le raccontavamo in giro con enorme spasso. Al cinema­tografo, quando sullo schermo appariva il duce e tutti si alzavano in piedi, noi eravamo fra i pochi che resta­vano seduti. Il bravo Visigalli un giorno si buscò per­fino un sonoro ceffone in corso Vittorio Emanuele per­ché al passaggio di un corteo fascista non si era tolto il cappello. E buon per lui che tre o quattro tassisti che sostavano in attesa di clienti gli evitarono il peggio.

Altro episodio fra i tanti emozionanti e che mi è ca­ro ricordare, si verificò nel 1939 al Teatro dell’Arte di Milano in occasione della proiezione in lingua originale francese del film La grande illusione di Jean Renoir.

Ero presente con gli amici antifascisti divenuti poi attivi militanti nella Guerra di Liberazione. Nel momento in cui nel film apparve la scena dei soldati francesi, prigionieri dei Tedeschi, che interrompono lo spettacolo di varietà da essi organizzato per intonare la “Marsiglie­se” non potemmo trattenerci dall’applaudire, seguiti immediatamente dalla maggioranza del pubblico che con un fragoroso applauso esprimeva con evidenza la sua solidarietà alla Francia e ostilità alla Germania che già stava aggredendo tutta l’Europa.

Fu interrotta la proiezione e si accesero le luci: dalle prime file di platea un distinto signore si alzò infero­cito e rivolgendosi al pubblico urlò: “Vigliacchi, tradi­tori, fatevi vedere!”. Silenzio generale. Pochi minuti dopo venne ripresa la proiezione, ma non appena si riu­dirono le note della “Marsigliese” scoppiarono altri applausi, si interruppe di nuovo il film e ci godemmo le rinnovate invettive del distinto signore. Da un alto­parlante si senti poi una voce deplorare “la scarsa edu­cazione del pubblico” perché aveva trasformato una manifestazione artistica in manifestazione politica.

Dopo un lungo intervallo fu ripresa la proiezione, ma il “sonoro” venne staccato così che, fra le risate generali, vedemmo le bocche dei prigionieri francesi aprirsi e chiudersi, senza che ne uscisse un suono, fino al termine del glorioso inno.

Dato il clima di quei tempi...

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