I quattro racconti ch’egli ha lasciato, proprio perché sono frutto di una scelta istintivamente compiuta selezionando l’archivio della memoria costituiscono un documento involontariamente rivelatore della sua qualità umana: della sua fedeltà al sentimento dell’amicizia (Il clima di quei giorni) come del culto della tradizione ribellistica familiare (Il discendente di mio nonno); del suo fermo, coraggioso ottimismo (Uno sciopero fallito e l'altro no) ma soprattutto di quel suo lucido, razionale senso dell'umorismo, che in Quel tram che si chiamava desiderio gli fa toccare la misura del narratore maturo e consapevole, con una capacità d’introspezione psicologica e di vivacità espressiva insospettabili in chi, come lui, per esigenze d’ufficio, aveva dovuto passare decenni a leggere prose burocratiche.
Uno sciopero fallito e l’altro no
Facevo parte del comitato direttivo del II Settore quale rappresentante comunista nel Comitato di Liberazione Nazionale per i rioni di Porta Garibaldi, Porta Volta e Porta Magenta. Quella sera di dicembre 1943 noi del direttivo dovevamo incontrarci con un compagno inviato dalla federazione del partito per definire gli ultimi particolari riguardanti lo sciopero del giorno dopo.
Non avevo mai provato a scioperare e tanto meno a essere fra quelli che uno sciopero lo preparano e lo dirigono. Si sa che durante il fascismo di scioperi non era neppure il caso di parlarne; inoltre, per quanto mi riguarda, ci furono di mezzo i miei frequenti e prolungati richiami alle armi che mi tennero spesso lontano dal mio lavoro; infine quando scoppiarono i grandi scioperi del marzo 1943 e le imponenti manifestazioni del 25 luglio, mi trovavo ancora rinchiuso nella Casa Penale di San Gimignano. Perciò lo sciopero che stavamo preparando per l’indomani mi procurava una certa emozione in quanto per me, e non certamente solo per me, aveva un po’ il valore del battesimo del fuoco.
Dunque l’appuntamento era stato fissato per le diciotto in via Ceresio a Porta Volta e, a quell’ora, la città si trovava già avvolta in un buio profondo per via dell’oscuramento e di una nebbiolina fastidiosa che stava impolverando le strade.
Vorrei spiegare brevemente che incontri di questo genere fatti per la strada, con pochi compagni e con poche cose da dire, avvenivano spesso durante la clandestinità, poiché ci si era accorti che queste specie di riunioni cosiddette volanti in fondo erano le più pratiche e le meno pericolose.
Quando arrivai sul posto, sbucarono dalle tenebre, uno alla volta, il responsabile politico del settore compagno Medici, il compagno Remo, il compagno Jole e qualche altro che ora non ricordo. Puntualissimo giunse pure il compagno della federazione che non avevo mai visto, ma che dopo la Liberazione seppi, lo dico per dovere di cronaca, che si chiamava Umano Alberganti, immaturamente scomparso, fratello del nostro ex senatore.
Con molto scrupolo prendemmo rapidamente tutti gli accordi necessari circa i collegamenti che durante lo sciopero avremmo dovuto tenere, dove esistevano e fin dove era possibile, con i comitati di agitazione di fabbrica; poi il compagno Umano ci annunciò, dulcis in fundo, che la federazione, preoccupandosi di assicurare la buona riuscita dello sciopero che già si presentava difficile date le condizioni esistenti, aveva giudicato necessario affidarci il compito di svolgere fin dalle primissime ore del mattino, vale a dire dalle 4,30 alle cinque, un’azione diretta di propaganda e di convincimento sui tranvieri prima della loro entrata nella rimessa, nel tentativo di impedire l’uscita delle vetture tranviarie. Si trattava, in poche parole, di destinare due di noi a ogni deposito dei tram della nostra zona, uno impegnato a distribuire i volantini che spiegavano le ragioni dello sciopero e l’altro a parlare ai vari gruppetti di tranvieri per esortarli a tornarsene a casa.
Suggerimento indispensabile per tutti, non essere armati! E così la rimessa tranviaria di via Messina ebbe la buona sorte di essere affidata alle premurose cure mie e del compagno Umano il quale aveva ricevuto l’indicazione della federazione di collaborare con il nostro settore: infatti egli avrebbe distribuito i volantini, io avrei parlato ai tranvieri.
Non si trattava, com’è facile intuire, di una missione estremamente entusiasmante né di tutto riposo, anche se indubbiamente necessaria, tuttavia ognuno di noi accolse il proprio incarico senza batter ciglio: spettava solo a noi eseguirlo e non ad altri, perciò niente esitazioni.
A questo punto non nascondo di sentirmi piacevolmente attratto dal desiderio di far conoscere ciò che penso a proposito della paura e del coraggio, della viltà e dell’eroismo, ma mi voglio trattenere nonostante l’importanza dell’argomento poiché una volta addentrato mi sarebbe difficile uscirne. Non rinuncio tuttavia a dichiarare, tanto per esprimere succintamente un’opinione, che io non credo affatto all’esistenza del puro eroe che non conosce la paura, ma credo invece che qualsiasi uomo normale, quando è conscio di dover affrontare sul serio tutte le conseguenze di un’impresa pericolosa, sia pure nobilissima, sia pure votata alla causa della libertà, della giustizia e della pace (come del resto era nel caso nostro), qualsiasi uomo, dicevo, non riuscirà mai a sfuggire alla brutale aggressione del cosiddetto brivido che corre sotto i panni o, come minimo, al più comune batticuore. Qui di eroico c’è soltanto la grande capacità di mantenere accuratamente celate agli altri queste comprensibili debolezze umane e, quello che più conta, di non compromettere minimamente la fiera volontà di gettarsi nell'impresa.
Fatta quest’utile digressione, così per intenderci, voglio dire che dopo l'annuncio del compagno Umano ci voleva poco per noi valutare immediatamente i rischi che ci attendevano. A parte l’inaudito disagio di alzarsi a quell’ora bestiale proprio in un mattino d’inverno, non bisognava ignorare che essere per la strada dalle 4,30 alle cinque significava circolare privi della prescritta autorizzazione nelle ore in cui era ancora in vigore il coprifuoco. Perciò col pericolo di guadagnarsi una sventagliata di mitra per merito delle solite canaglie in camicia nera le quali, come purtroppo avveniva ogni notte, prima ti ammazzano e poi ti derubano, lasciando che i giornali poi annunciassero che durante la notte è stato trovato per la strada uno sconosciuto, morto e senza documenti. Oppure, se ti andava bene, si fa per dire, potevi essere fermato, portato dentro e buona notte al secchio.
Ma il guaio più grosso è che eravamo disarmati. Non avremmo avuto dunque neppure la possibilità di tentare di salvarci con l’aiuto della pistola, o almeno la soddisfazione di poter far fuori il malintenzionato che avesse osato avvicinarsi. E poi, ammesso che durante la strada non ci fosse accaduto nulla, come ci avrebbero accolto i tranvieri? Sapevamo che i tranvieri milanesi nella maggioranza erano antifascisti, ma se in mezzo ci fosse stato qualche repubblichino pronto a spararci addosso o a farci arrestare, come avremmo potuto reagire, noi due soli e disarmati?
Queste in sostanza erano le nostre perplessità nient’affatto ingiustificate, tuttavia dato che era venuto il momento di separarci, ce ne andammo alla chetichella sparendo nel buio.
Rientrato nella mia casa clandestina di via Veglia, esposi brevemente alla Mariuccia i termini dell’impresa avendo cura di non caricare troppo le tinte. Mi ascoltò in silenzio come faceva di solito lasciandomi capire di avere afferrato benissimo tutti i lati della questione. Legittime preoccupazioni a parte, sapeva che non era caso di fasciarsi la testa prima di rompersela, per cui la cosa più importante era quella di agire con molta attenzione.
Devo dire che quest’atteggiamento consapevole e responsabile di mia moglie, sempre alimentato da equilibrio, prudenza e coraggio a un tempo e che affiorava ogni volta che si trattava della sua o della mia attività di partito, fu la linea di condotta che sorresse e guidò tutta la nostra vita clandestina, vissuta sempre insieme fino alla Liberazione. E fu tale anche in questa circostanza.
Il mattino dopo uscii poco prima delle 4,30. La via Veglia, formata a quei tempi più da prati che da caseggiati, era completamente deserta e dormiva ancora nel silenzio e nell’oscurità. Il freddo era intenso. Camminai con passo piuttosto svelto avendo cura di mantenermi in mezzo alla strada poiché a chi mi avesse visto, dovevo dare l'impressione di non aver nulla da nascondere e di essere in regola.
Arrivai in viale Marche che percorsi fino a piazzale Maciachini, quindi imboccai la via Carlo Farini. Non avevo incontrato nessuno malgrado che da lontano, provenienti dalla zona centrale della città, già mi giungevano i rumori soffocati del primo mattino. Proseguii per la mia strada e a mano a mano che mi avvicinavo alla via Messina, incominciavo a scorgere qualche tranviere che si recava al lavoro. A poca distanza dal deposito tranviario vidi il compagno Umano che stava arrivando in fretta. Ci scambiammo poche parole e qualche sorriso d’intesa e iniziammo subito il nostro lavoro disponendoci egli sul marciapiede a sinistra dell’ingresso, io su quello a destra.
A quell’ora i tranvieri giungevano a piccoli gruppi di tre o quattro alla volta parlottando a bassa voce. Ricordo di essere andato loro incontro con lo stesso coraggio di chi è costretto a gettarsi nel vuoto, esclamando: “Ma che fate? Non sapete che oggi c'è sciopero? Oggi non lavora nessuno, dovete ritornare a casa...!” mentre dal canto suo il compagno Umano saltellava da un gruppetto all’altro distribuendo i suoi volantini.
I tranvieri non furono per nulla compatti nell’aderire al mio invito, anzi, alcuni rendendosi subito conto del pericolo che incombeva, scantonarono ed entrarono nella rimessa altri se la cavarono affermando di non saperne nulla e qualcuno mi chiese addirittura chi fossi e chi rappresentassi. Ma devo dire onestamente che furono numerosi coloro che accolsero le mie parole con favore e simpatia assicurandomi che avrebbero senz’altro scioperato, non prima però di aver discusso ogni decisione con gli altri compagni di lavoro. E, con mia comprensibile delusione, tutti quanti entrarono nel deposito.
Il compagno Umano nel frattempo aveva esaurito i volantini, per cui, quando fummo certi che l’ingresso dei tranvieri era ormai terminato, ci separammo senza perdere un attimo, prima che qualche tranviere filofascista potesse prepararci un brutto tiro.
Rifeci nuovamente a piedi tutta la strada tenendo sempre le orecchie tese per cercare di capire di quale natura fossero i rumori che sentivo giungere da lontano e poco dopo le sei, quando ormai il coprifuoco era cessato rientrai in casa con infinito sollievo di mia moglie e mio naturalmente.
Non appena mi fui infilato nel letto non potei fare a meno di riferire la conclusione della vicenda alla Mariuccia la quale attenta alle mie parole, ma altrettanto attenta ai rumori della strada, a un certo momento mi fece notare il ben noto sferragliare di un tram in lontananza.
“È impossibile!” dichiarai alquanto contrariato come se mia moglie mi avesse mancato di fiducia “sarà certamente un tram interurbano... ”. Infatti, avevamo sentito anche il solito fischio dei tram in servizio per Sesto San Giovanni, Monza, Giussano e altre località della provincia di Milano che transitavano dai nostri paraggi. I tram urbani non avevano il fischio, avevano la campanella...
Un insuccesso dello sciopero mi sembrava impossibile, potevo tutt’al più accettare che alcuni tranvieri crumiri avessero fatto uscire qualche vettura, ma non era giusto, non era serio stabilire già da questo momento che lo sciopero, il mio primo sciopero, fosse finito in un fiasco.
Un’alba grigia e gelida che avanzava sui tetti e sui prati coperti da un rigido velo di brina, si lasciava alle spalle l’opprimente oscuro bagaglio della notte. Si udì sbattere un portone, poi dei passi affrettati. Qualcuno tirò la tapparella di una finestra, mentre sotto casa passava una macchina. Ma i tram della città, insieme a quelli interurbani, avevano già iniziato a circolare nonostante la mia incredulità. Alcuni erano usciti in ritardo dalla rimessa, ma erano usciti e a poco a poco il servizio era rientrato nella sua normalità. Lo sciopero era dunque fallito.
È quasi sempre inevitabile la tendenza umana di tormentarsi con l’animo saturo di amaro risentimento quando le cose sono finite male. Con le conquiste, le vittorie, i trionfi, invece non si va troppo per il sottile e ogni ricerca del lato negativo della questione non solo può apparire superfluo, ma diventa perfino fastidioso.
Per questo mentre mi sentivo ancora addosso il bruciore della sconfitta, mi veniva spontaneo chiedermi: “Non era stato forse un errore imbarcarci in un'impresa del genere? Era stato giusto farci correre tutti i rischi che ben conoscevo per uno sciopero che si presentava difficile fin dall’inizio? E poi, perché farci uscire di casa disarmati?”.
C’è di buono che l’uomo, quando vuole, riesce sempre a ritrovare la sua serenità e quindi la via della ragione e della fiducia. Infatti, poco alla volta arrivai finalmente a comprendere che l’azione che avevamo intrapreso, nonostante il suo insuccesso, non fu affatto inutile in quanto fu ricca d’insegnamenti e di esperienze, tutti elementi preziosi per le nostre azioni future; che se fallimento c’era stato ciò era dipeso dal fatto che i settori della città erano stati creati da poco e per i quali un primo collaudo ci doveva pur essere; che la nostra organizzazione era ancora troppo debole e pertanto non era riuscita ad articolarsi in tutti i posti di lavoro della città, così da consentirci con margini di tempo sufficienti un’adeguata attività preparatoria. In sostanza, finché non si prova una macchina non ci possiamo accorgere dei suoi difetti.
Compresi inoltre che il voler farci uscire di casa disarmati non fu un’idea balzana, ma un calcolo preciso e ponderato. Eravamo, com’è noto, ai tempi in cui chi fosse stato trovato in possesso di armi veniva subito fucilato sul posto. Noi dovevamo svolgere un compito politico, non militare. Se fossimo stati fermati senza armi, ci sarebbero rimaste, anche se ben poche, delle probabilità di salvare la pelle. Con le armi invece non ci sarebbe stato scampo, nonostante sia del tutto chiaro che quando si circola in città illegalmente durante il coprifuoco, il rischio di essere fermato, buttato dentro e ammazzato è più che realistico. Però si trattava pur sempre di un rischio “minore” rispetto al primo.
E fu così che mia moglie con l’intento di dare l’ultimo tocco al mio morale ormai in vigorosa ripresa sentenziò: “Stai tranquillo, ci andrà bene la prossima volta!”
La prossima volta fu nel marzo 1944. Nel giro di circa tre mesi il partito riuscì a rafforzare tutta l’organizzazione in modo tale che quando venne deciso l’inizio dei grandi scioperi di marzo, durati un’intera settimana, non ci fu davvero bisogno di presentarci nelle ore del primo mattino, durante il coprifuoco, a fare propaganda fuori delle rimesse tranviarie, poiché i settori cittadini erano diventati più efficienti e i collegamenti con i comitati di agitazione di fabbrica si erano estesi e rafforzati.
Infatti, nonostante che in quei giorni l’occupazione nazista si facesse sentire in modo particolarmente spietato, furono numerose le aziende ferme per un’intera settimana; inoltre nessun tram circolava per Milano malgrado le intimidazioni, gli arresti e le inumane bastonature a cui i nostri bravi tranvieri (quelli che non erano riusciti a mettersi in salvo) furono sottoposti nelle loro case per opera dei fascisti. Poiché malgrado ogni sorta dl persecuzione lo sciopero dei tranvieri continuava, allora le autorità fasciste decisero di mettere in servizio un certo numero di vetture facendole guidare dagli sgherri della “Muti” i quali, manovrando baldanzosamente con il fiasco del vino sempre a portata di mano, si distinsero per l’alto numero d’incidenti tranviari e di motrici messe fuori uso.
Tutto ciò sotto lo sguardo divertito e compiaciuto della popolazione milanese che in quelle belle giornate primaverili aveva preferito andare a piedi.
Quel tram che si chiamava desiderio
Era stata per me una giornata assai faticosa. Avevo girato tutto il giorno a piedi dato che il partito in quel difficile periodo ci aveva consigliato di evitare, fin dove fosse stato possibile, l’uso dei tram in quanto era accaduto che i fascisti, con azioni fatte di sorpresa, spesso avevano bloccato delle vetture con il pretesto di controllare i documenti dei passeggeri, ma in realtà con il proposito di operare vere e proprie retate.
Tra l’altro in quel giorno dell’inverno 1944-1945, il clima era stato molto rigido e sulla città stava calando il consueto nebbione.
Mi trovavo in via Settembrini ed essendo ormai giunta la sera mi apprestavo, concluso il mio lavoro giornaliero, al rientro a casa tenendo in mano la mia inseparabile borsa marrone a doppio fondo, contenente come al solito dei documenti di partito.
Stanco morto com’ero, decisi (di solito tendo ad essere piuttosto disciplinato) di fare un’eccezione per questa volta e di servirmi quindi del tram per raggiungere la mia casa clandestina in via Poerio, nella zona Monforte. L’oscuramento in atto e la nebbia che si infittiva sempre più, avevano reso la visibilità molto ridotta, comunque il percorso non era eccessivo e avevo calcolato che con l’aiuto del tram in circa venti minuti sarei stato a casa.
E montai in tram. La vettura era affollatissima e naturalmente non potei sedermi, ma provai ugualmente un certo sollievo nel tenermi aggrappato agli appositi sostegni e nel piacevole e per nulla igienico tepore emanato da quei numerosi corpi umani pigiati. Tutto sembrava procedere a meraviglia sennonché, non appena giunti in piazzale Oberdan a Porta Venezia, una signora in pelliccia nera si mise a strillare come una ossessa che le avevano rubato quattromila lire, somma che a quei tempi era davvero notevole. E, come elemento di inoppugnabile prova, esibiva al bigliettaio e ai vicini la borsetta spalancata.
“Li avevo prima di salire in tram - continuava tutta agitata - li avevo qui nella borsetta, guardi, sono sicurissima...”, e con accanimento riversava il suo fiume di parole principalmente addosso al povero bigliettaio come se in lui avesse individuato il colpevole, il quale invece, sforzandosi filosoficamente di mantenere la calma nel trambusto che nel frattempo era scoppiato sulla vettura, tutto rosso in volto borbottava: “Ci mancava anche questa!”.
Il tram intanto era rimasto fermo all’inizio di viale Piave e il manovratore, presi gli opportuni accordi con il suo compagno di lavoro, fece tenere le portiere ben chiuse cosi da non far scendere nessuno, con la speranza di essere riuscito a intrappolare il ladro. Poi, dopo aver confabulato con un signore accanto a lui, si rivolse a noi con voce autorevole: “Questo signore è un agente di pubblica sicurezza - ci disse come se fosse stato investito dall’importante incarico di fare le presentazioni - mi ha ordinato di mantenere le portiere bloccate e di recarci tutti quanti al Commissariato di via Poma per essere perquisiti. Lei signora intanto stia calma, non si agiti che qui c'è abbastanza casino! Siccome non è sceso nessuno, il ladro salterà fuori!” Tirò il fiato, attese che le molteplici esclamazioni cessassero e proseguì: “Adesso il signor agente andrà nel bar qui di fronte a telefonare al Commissariato perché mandi degli altri agenti di rinforzo nel punto dove ci fermeremo col tram”.
L’agente chiamato in causa, un uomo sulla cinquantina dall’aspetto bonario, alzò il braccio tenendo in mano, al disopra di tutte le teste, il suo tesserino di riconoscimento indugiando di proposito nel metterlo bene in evidenza affinché, per carità, nessuno sospettasse che il ladro fosse lui e che stesse per prepararsi alla fuga! Si recò quindi effettivamente a telefonare e alcuni minuti dopo fu di ritorno. Ordinò al manovratore di riprendere il viaggio, indicandogli però di proseguire diritto fino al piazzale Cinque Giornate e di deviare poi per corso XXII Marzo, anziché di seguire il solito normale percorso viale Piave - corso Concordia - corso Indipendenza, e cosi via.
Il malumore della gente era al colmo. Ognuno con manifesta irritazione si affannava a descrivere tutti i lati della propria situazione personale che a causa di questa malaugurata storia, se poi era vera, della signora derubata, avrebbe avuto non si sa quali disperate conseguenze. La stessa signora derubata, con sorpresa di tutti, trovava da ridire sulla decisione incautamente presa dal poliziotto perché, affermava con l’aria della persona esperta, erano ben altri i mezzi da usare in simili frangenti e non quello di portarci tutti in massa al Commissariato come fossimo bestie! L’agente dal canto suo gesticolava da buon meridionale tentando in tutti i modi di cavarsela, sia con la signora inviperita, sia con gli altri suoi aggressori, esclamando: “Dica lei come dobbiamo fare, allora! Non posso perquisirvi tutti quanti io da solo! Lei fa presto a parlare, ma mi faccia il piacere!” E intanto il tram che in quel momento mi appariva come la carretta dei condannati alla ghigliottina, perforando la parete di nebbia gelata e scampanellando ininterrottamente, proseguiva a rilento il suo sinistro viaggio verso la fatale via Carlo Poma a Porta Vittoria.
È difficile spiegare in quale particolare stato d'animo di sconfortante depressione mi ero inabissato! E pensare che quando quella dannata signora in pelliccia si mise a gridare in piazzale Oberdan mi mancavano solo due fermate e poi sarei sceso all’altezza di via Felice Bellotti! L’idea fissa che avrei dovuto inesorabilmente essere condannato alla gogna e additato al pubblico disprezzo per avere ceduto alla debolezza di servirmi del tram, mi rodeva il cervello e si alternava con questi interrogativi: “Che faccio ora? Che faccio della borsa? La tengo con me, oppure la lascio cadere per liberarmene?” Mi sentivo incapace di costruire un ragionamento, di imbastire un calcolo con ordine e con calma, nel tentativo di trovare una soluzione che mi permettesse di salvare capra e cavoli, vale a dire salvare la borsa e me stesso. Pieno di sgomento feci uno sforzo per no n perdere di vista almeno due questioni di importanza decisiva.
Prima questione: avevo nel portafogli una carta di identità falsa fornitami dal partito, munita della mia fotografia, ma intestata ad un inesistente Bruno Morelli, abitante in via Carlo Poerio 18, la quale tutt’al più mi poteva essere preziosa soltanto nei casi, abbastanza frequenti a quei tempi, in cui mi avessero fermato per la strada. Ma, controllata in un Commissariato di Polizia, invece di aiutarmi, non avrebbe finito col rendere più precaria la mia posizione? Che tipo controllo avrebbe fatto il commissario? Una scorsa rapida e superficiale al documento, oppure avrebbe insistito, se non altro per dovere professionale, in un controllo fatto con animo sospettoso e diffidente, deciso a cogliermi in fallo? In quest'ultima ipotesi, sarei stato fritto!
Seconda questione: esisteva la borsa che in quel momento mi scottava in mano. Nello spazio interno, riservato, tanto per intenderci, alla mia attività legale e ufficiale, c’erano alcuni stampati, cataloghi e listini riguardanti vario materiale elettrico e dinamo per biciclette, che mi servivano per mascherare il mio lavoro clandestino. Ma nel doppio fondo erano contenuti, ben nascosti, dei documenti che si riferivano invece alla Resistenza e che se per disgrazia fossero caduti nelle mani della polizia avrebbero potuto recare grossi fastidi al partito. È chiaro dunque che la polizia avrebbe frugato anche nella borsa oltre che nelle mie tasche, ma per cercare che cosa? Soltanto le quattromila lire, oppure qualche cosa di più? Il doppio fondo era ben mascherato, ma non c'è dubbio che l’occhio esperto e l’intuito di uno specialista che si mette in testa di compiere un esame meticoloso della borsa, lo scopre facilmente. D’altronde la soluzione di abbandonare la borsa al suo destino lasciandola cadere e fingere come se non fosse stata mia, oltre a non risolvere il problema in nessuna maniera, mi sarebbe apparsa come un atto talmente vile che, dico la verità, non me lo sarei mai perdonato.
“Che faccio? Che faccio?” mi chiedevo incessantemente sperando di continuo in una mia improvvisa geniale trovata. Intanto quell’infernale tram che avevo tanto desiderato quando poco più di mezz’ora prima lo attendevo in via Settembrini, si era ormai fermato in corso XXII Marzo all’incrocio con la via Carlo Poma. Attraverso i vetri intravidi, scarsamente illuminati dalla fioca luce che filtrava dai finestrini, quattro o cinque agenti che ci attendevano immersi nella nebbia. I passeggeri, con aria a dir poco afflitta, incominciarono a scendere dal tram uscendo dall’apertura anteriore e, uno per uno, si incolonnarono sotto l’occhio vigile dei poliziotti, con la stessa aria dei buoi che si avviano al macello. A controllare l’uscita di ogni singolo presunto ladro era rimasto l’agente che avevamo conosciuto in tram.
Io, con la mia borsa sempre in mano, non ostentavo nessuna fretta e lasciavo che tutti mi passassero davanti per scendere prima di me. All’improvviso mi ero sentito pervaso da una strana calma. A poco a poco ero riuscito a calcolare che se mi fossi tenuto sempre per ultimo, sia nello scendere dal tram che nel mettermi in colonna e nell’arrivare al Commissariato, ultimo perciò ne subire la perquisizione e il controllo dei documenti, poiché ero sicurissimo, questo sì, che il ladro non ero io, la probabilità di cavarmela era quasi garantita. Riflettevo che se il ladro esisteva veramente e si trovava in mezzo a noi, cosa che mi auguravo con ardore, ammesso inoltre che egli fosse stato scoperto dopo cinque, dieci, quindici persone perquisite, diventava più che lecito pensare che tutti coloro che erano rimasti dietro di lui in attesa del loro turno, sarebbero stati rilasciati all’istante con le infinite scuse del signor commissario per lo spiacevole e involontario contrattempo. In conclusione, tenendomi per ultimo, a differenza di tutti gli altri, diciamolo pure, miei compagni di sventura, sarei stato l’unico ad avere la sicurezza di evitare la perquisizione in quanto qualsiasi tipo di controllo non avrebbe più avuto alcun senso ragionevole dopo la provvidenziale scoperta del ladro.
E così arrivò anche il mio momento e scesi dal predellino. A pochi passi da me il poliziotto mi osservava. Di colpo accadde ciò che non avrei mai saputo prevedere. Non appena toccai terra, invece di accodarmi agli altri che già si erano mossi lentamente verso sinistra per raggiungere la via Poma, scantonai sulla mia destra e con quella impassibile sicurezza che distingue la classe del grande giocatore di poker nel magico attimo in cui decide di compiere il grosso bluff, mi incamminai per la mia strada con passo tranquillo come se nulla fosse. L’agente mi guardò, non fece alcun cenno di sorpresa e mi lasciò fare. Continuai a camminare, quindi sparii inghiottito nella nebbia che oramai era diventata pesante e nera come la pelliccia della signora derubata. Avevo addosso la gelida sensazione che da un momento all’altro qualcuno alle mie spalle mi avrebbe afferrato per la collottola ma, incredibile a dirsi, ciò non accadde. La mia testa era in tumulto e il cuore mi batteva come un tamburo dall’emozione, ciononostante proseguii con il mio passo regolare come chi rientra abitualmente a casa senza ansia e senza fretta.
Dopo essermi allontanato di un tratto di strada che giudicai sufficiente ed assicurato inoltre che veramente nessuno mi aveva seguito, presi finalmente lo slancio volai verso casa. Fra poco ci sarebbe stato il coprifuoco e la Mariuccia avrebbe avuto dei timori per il mio ritardo. Raggiunsi in un baleno la via Carlo Poerio e in un attimo mi trovai in casa, al sicuro.
Ci volle poco all’occhio esperto della Mariuccia per accorgersi dalla mia faccia, pallida com’era stata mai, che qualcosa di serio mi era accaduto. Dovetti perciò raccontarle subito, preso anche dal bisogno di scaricarmi dal grosso peso, tutte le fasi e tutti i particolari della mia singolare avventura.
Ed ora ci si potrà chiedere come mai quando scesi dal tram mutai inconsapevolmente la mia decisione senza averci pensato neppure un attimo prima. Forse sarà stato il mio istinto a guidarmi, o il mio subcosciente, o tutti e due insieme, comunque non lo so perché non me ne intendo. So però di certo che bluffai e fu la mia salvezza.
C’è da chiedersi infine perché mai il poliziotto quando si accorse della mia sorprendente manovra di sganciamento non mi trattenne. Credo che si possa rispondere che egli evidentemente pensò che il ladro fossi io e, con tutte le numerose croste che a quei tempi la polizia si doveva grattare, ritenne opportunisticamente forse preferibile per tutti lasciarmi andare.